Penso sia estremamente utile leggere questo commento di Luciano Gallino scritto (udite udite!) quasi SEI ANNI FA! E siamo sempre al solito punto...
Al punto critico in cui sono arrivate le cose dopo l’attacco delle forze dell’ordine ai gazebo dove si annidava - qualcuno deve aver immaginato - il nocciolo duro dei resistenti valsusini, restano forse due strade per ragionare con calma sulla questione della Tav. Una strada consiste nel riconoscere un irrimediabile conflitto di fondo tra gli interessi locali e l’interesse nazionale, ma questo non deve prevaricare brutalmente sul secondo.
I primi sono sacrosanti e non possono venire calpestati. Il secondo è però talmente più vasto, considerati i vantaggi economici che l’opera promette di recare alla collettività nazionale, da rendere inevitabile una decisione a favore della realizzazione dell’opera.
Una volta che si sia adottato questo schema di ragionamento, che comporta anche la rinuncia da parte delle autorità all’idea di mantenere la valle sotto controllo militare per venti o trent’anni, si tratta di vedere in che modo gli interessi locali, che si riconosce verranno inevitabilmente lesi, possono essere oggetto di qualche forma di compensazione.
Si è parlato, a questo riguardo, di piani di sviluppo da individuare a beneficio dell’intera valle, attinenti all’economia e all’ambiente, al turismo e alla scuola. Altri hanno ventilato, un po’ più rozzamente, indennizzi monetari diretti: tot euro per abitante da far affluire alle casse comunali, affinché aiutino la popolazione ad alleviare i disagi. Così come si è parlato di una opera di convincimento e di chiarificazione, e di rassicurazioni circa il fatto che non appena emergessero, dalle apposite e continue verifiche, rischi ambientali finora non sospettati, si cercherebbero soluzioni tecniche adeguate per eliminarli.
L’adozione di questo schema mentale, per cui l’interesse nazionale è prioritario, e però si ammette che gli interessi locali vanno compresi e bisogna far tutto il possibile per salvaguardarli e ove opportuno compensarne i danni mediante adeguati investimenti sussidiari, avrebbe tra l’altro il merito di avviare nuovamente un processo decisionale in sede politica, tramite incontri bilaterali o trilaterali tra i sindaci della Val di Susa, gli esponenti della Regione e della Provincia, e i rappresentanti del governo.
Risalendo per così dire in superficie dall’abisso in cui gli interventi manu militari rischiano di affondarlo.
Una seconda strada potrebbe invece essere quella di adottare uno schema mentale diverso, il cui punto di elaborazione iniziale consiste nel chiedersi se per caso non siano proprio gli abitanti della Val di Susa quelli che, con la loro opposizione a questo progetto di Tav, stanno facendo l’interesse nazionale.
Che essi abbiano perseguito e perseguano interessi particolari non v’è dubbio.
Ma intanto che così agivano essi hanno anche contribuito a far emergere per varie vie, in Italia, una tal massa di studi, di documenti, di interrogativi fondati circa la effettiva validità e la priorità del progetto, da far pensare che un minimo di principio di precauzione dovrebbe indurre a prenderli in seria considerazione.
E precisamente, bisogna ammettere, dal punto di vista dell’interesse nazionale. Il quale interesse vorrebbe che per completare l’opera si spendessero i 13 miliardi previsti, e non molti di più, perché altri miliardi certamente andranno spesi per completare la prima tratta del percorso valsusino, dal Monte Musiné al paese di Bruzolo (un altro colossale pezzo dell’opera complessiva che al momento sembra dimenticato da tutti), nonché il raccordo con la rete ferroviaria di Torino e l’interporto di Orbassano.
Così come vorrebbe, l’interesse nazionale, che si valutasse l’ordine di priorità del Tav in Val Susa a confronto delle grandi e grandissime opere - forse troppe - che rientrano tra i progetti di reti europee, e si cercasse di capire al tempo stesso quanti milioni di tonnellate dovrebbero migrare dalla gomma alla rotaia, verso il 2030, per giustificare economicamente l’opera.
Salvo, ovviamente, pensare a suo tempo di vietare per legge il transito su gomma in Val di Susa.
Non è un esercizio retorico, mettere a confronto due schemi mentali differenti per vedere dove portano. Prima di ogni altra esiste infatti una responsabilità cognitiva dei tecnici, degli amministratori, dei politici, dei media. Perché dallo schema che uno sceglie per ragionare e confrontare meriti e demeriti di diverse opzioni operative discendono conseguenze reali dalle quali, diversamente da quanto accade con le opzioni cognitive, non si può in seguito tornare indietro.
Sarebbe insomma meglio evitare che qualche figlio o nipote degli oppositori valsusini di oggi si venisse a trovare verso il 2035 in una situazione tale da indurlo ad affiggere una lapide, all’imbocco di due gallerie verso il confine francese, una autostradale in cui transitano innumerevoli Tir stracarichi di merci, e una ferroviaria con rombanti carri semivuoti, con la scritta: "Cercarono di fare l’interesse nazionale, ma non furono ascoltati".
(La Repubblica, 7 dicembre 2005)
Vincenzo Mele
Un ennesimo blog che non visita nessuno, me compreso.
martedì 5 luglio 2011
domenica 5 settembre 2010
Il fisco classista che blocca il paese
La lotta di classe fiscale secondo Eugenio Scalfari
LA RECESSIONE e la crisi economica a w sono dunque scongiurate: parola di Bernanke e di Trichet, cioè dei due banchieri centrali più potenti dell'Occidente. I tassi del Pil e della produzione industriale (automobile escluso) vengono rivisti al rialzo sia in Usa che in Eurolandia. Insomma il peggio sarebbe passato anche se sono gli stessi Bernanke e Trichet a metter le mani avanti: sì, il peggio è passato, dicono, ma camminiamo tuttora su terre incognite, la crisi sociale è ancora davanti a noi, la ripresa c'è ma non è omogenea; inoltre è aumentata la disparità di intenti tra i governi e specie in Europa ogni paese va per conto suo, perciò non si può allentare la guardia.
Del resto, appena quindici giorni fa sia Bernanke sia Trichet in pubbliche dichiarazioni avevano affermato esattamente il contrario. Prevedevano rallentamento produttivo, rivedevano al ribasso i tassi del Pil sulle due sponde dell'Atlantico, temevano stasi degli investimenti e diminuzione dei consumi specie nei settori sensibili delle costruzioni, segnalando con preoccupazione le posizioni debitorie di molti paesi e gli effetti che avrebbero potuto avere sui mercati finanziari e monetari. Il minimo che si possa dire di queste tesi contraddittorie dei due massimi banchieri centrali è che la loro visione della realtà è alquanto confusa e l'arco delle loro divisioni è quanto mai oscillante. Non so se se ne rendano conto, ma il loro comportamento sta diventando grottesco, il barometro di cui dispongono sembra uno strumento impazzito dal quale forse è più saggio prescindere.
Chi invece non ha dubbi di sorta è il nostro ministro dell'Economia. Intervistato ieri da Repubblica dichiara senza esitazione che siamo fuori dalla crisi. Dai problemi no, ma dalla crisi sì. I problemi per Tremonti consistono nel coordinamento delle politiche economiche tra i governi europei. L'Europa è ancora un arcipelago ma è arrivato il momento che diventi un blocco continentale guidato da un unico cervello, cioè dal Consiglio dei ministri europei (Ecofin) di cui la Commissione di Bruxelles è l'organo esecutivo. L'Ecofin si riunirà domani e varerà questa trasformazione epocale: la nascita del cervello economico europeo cui spetterà il compito di tutelare la stabilità già in atto e di avviare su scala continentale la politica della competitività che consentirà all'Europa di competere con successo sia con l'America sia con i colossi emergenti dell'Asia.
Va da sé che il canone della competitività risiede soprattutto nella fine della lotta di classe e nell'accordo tra capitale e lavoro da realizzarsi azienda per azienda, contratto per contratto. La sorpresa finale nell'intervista del ministro a Massimo Giannini consiste nell'apertura a tutte le parti sociali e a tutte le forze parlamentari, dopo aver comunque ricordato che il governo Berlusconi durerà come minimo fino al 2013 e probabilmente anche di più. Ricapitoliamo: un'Europa ormai in marcia accelerata verso l'unità economica e politica; un'Italia che, a dispetto del suo enorme debito pubblico, viaggia in perfetta e solida stabilità; il traino della locomotiva tedesca, modello di riferimento per tutti; una riforma fiscale nel nostro paese che privilegi le famiglie, il lavoro, le imprese e sposti il prelievo dalle persone alle cose. Nel frattempo bisognerà abolire tutti i divieti e tutte le regole salvo quelli esplicitamente riconfermati. Così Tremonti e così secondo lui l'Europa. Restano però molto lacune in questo paesaggio dipinto di rosa, molti interrogativi ed anche qualche marchiano errore da correggere.
Per cominciare: l'Europa vive in un complesso mondiale e in particolare in un ambito occidentale dove gli Usa giocano una partita decisiva. A parte le montagne russe sulle quali continuano a viaggiare sia Bernanke sia Trichet, il dato certo consiste nell'enorme debito pubblico del governo americano, nel deficit fiscale che continua a gonfiarlo, nel lago di liquidità che la Fed dovrà incrementare per sostenere la ripresa e nel debito con l'estero altrettanto elevato e preoccupante. Washington per ora tira avanti su questa strada in attesa delle elezioni di medio termine del prossimo novembre, ma subito dopo dovrà fare delle scelte. Rigore e rientro del debito in proporzioni accettabili, diminuzione del deficit con l'estero, dollaro debole per scoraggiare le importazioni, oppure inflazione. Inflazione consapevole, inflazione voluta e manovrata per diminuire il peso dei debiti e svalutare i crediti.
Queste scelte, quali che saranno, non risparmieranno l'Europa la quale a sua volta dovrà affrontare in modi appropriati le decisioni americane. Chi deciderà le risposte europee? L'Ecofin, risponderebbe Tremonti. La Germania, risponde la realtà. Deciderà la Germania, concedendo alla Francia qualche compenso in termini di cariche nella gestione dell'Unione. Ma se questo non bastasse è molto improbabile che l'arcipelago europeo possa trasformarsi nell'auspicato blocco continentale. In realtà lo schema tremontiano sembra ancora scritto sull'acqua, in attesa di eventuali incognite che non dipendono dall'Europa e tantomeno dall'Italia.
Su quanto sta accadendo nel nostro paese la diagnosi del ministro dell'Economia è a dir poco parziale. C'è una crisi dell'occupazione che coinvolge soprattutto i giovani e i precari. C'è una crisi del Mezzogiorno. C'è una stasi nei consumi e negli investimenti. E non ci sono risorse disponibili. Ne ha parlato con lucida competenza Tommaso Padoa Schioppa in un'intervista a 24Ore di venerdì scorso, nella quale tra l'altro loda il rigore di Tremonti. L'intervistatore domanda: «In Italia c'è chi rilancia i tagli fiscali. è una ricetta possibile?». Risposta: «Quando si fanno proposte che invece di ridurre il deficit lo aumentano, mi piacerebbe che si spiegasse come si fa a mantenere i conti a posto. Altrimenti la risposta è «no». «Sembra di sentire Tremonti» commenta l'intervistatore. Padoa Schioppa risponde: «Tremonti è stato fin dall'inizio consapevole del fatto che l'Italia non aveva margini di manovra. E questo è un fatto positivo».
L'ex ministro dell'Economia di Prodi vede una continuità con la politica del suo successore, basata su un dato di fatto: l'Italia non ha margini di manovra. Ma è un dato di fatto immodificabile? In un paese che comunque si colloca tra i primi dieci paesi ricchi del mondo? Qual è la risposta e c'è una risposta plausibile? E una ricetta attuabile? Prima di affrontare questo tema è però opportuno fornire ancora una fotografia di quanto sta per accadere nelle prossime settimane, anzi nei prossimi giorni. Ci sono 200 mila precari nella scuola che per decisione del ministro Gelmini saranno lasciati col sedere per terra. Ci sono 500 mila lavoratori che si troveranno di fronte a problemi occupazionali molto complicati da risolvere. Infine, in attesa che sia nominato il titolare del ministero dello Sviluppo dopo quattro mesi di vuoto, il calendario dei tavoli di crisi aziendali che riguardano il destino di 14 mila lavoratori è affollatissimo. Tra questi segnalo il caso Eutelia, l'Ideal-Standard, lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, il caso Oerlikon, Indesit, Burani, Merloni e molti altri.Dal 7 al 23 settembre queste vertenze dovranno esser decise in un modo o nell'altro. Questo è il quadro. Tutto in ordine, ministro Tremonti? Fruttifera cooperazione tra capitale e lavoro sotto l'egida dell'intramontabile governo Berlusconi?
Le risorse ci sono, bisogna solo aver voglia di trovarle. La prima via da perseguire riguarda la lotta contro l'evasione che in gran parte si identifica con il mercato sommerso. Dette i primi risultati quando il fisco era nelle mani di Vincenzo Visco, adesso continua a darne: nell'esercizio in corso siamo nell'ordine di nove miliardi di recupero, non è poco ma in queste dimensioni somiglia a una goccia d'acqua nel mare anche perché al recupero dell'evasione esistente fa da controfaccia un'evasione nuova è aggiuntiva, sicché lo stock che si sottrae al fisco rimane più o meno immutato.
La seconda strada da percorrere per recuperare risorse consiste nella lotta contro gli sprechi. Qui ci sarebbe molta polpa, gli impieghi improduttivi rappresentano una quantità ingente della spesa pubblica e i tagli disposti nelle leggi finanziarie 2009 e 2010 avevano infatti questa motivazione. Il metodo adottato tuttavia è stato piuttosto infelice. I tagli ai ministeri sono stati disposti in modo lineare, sicché sono state penalizzate nella stessa proporzione sia spese improduttive sia spese necessarie che anzi avrebbero dovuto essere accresciute. Quanto ai tagli su personale, la scelta di spremere gli impiegati pubblici fu giustificata dal fatto che gli aumenti stipendiali ottenuti in passato erano maggiori di quelli ottenuti dagli impiegati privati. Giustificazione assai difficile da provare e comunque contestatissima. L'insieme di queste misure non ha recuperato molto in fatto di sprechi ma abbassando il livello complessivo della spesa ha comunque compresso ulteriormente la domanda interna con effetti visibili sui consumi. Altri effetti depressivi provengono dal taglio dei trasferimenti ai Comuni e alle Regioni, con conseguenze sulle tasse locali e sulla qualità dei servizi.
Esiste infine una terza strada da percorrere per recuperare risorse ed è un trasferimento del carico tributario dalle fasce deboli alle fasce opulenti e dal reddito al patrimonio. In un paese dove le diseguaglianze sono enormemente aumentate negli ultimi vent'anni, un'operazione del genere dovrebbe esser fatta ma la casta politica fa finta che sia impraticabile. Diciamo che non è popolare perché colpirebbe in modo continuativo le corporazioni più potenti, le clientele più spregiudicate e una fascia di elettori preziosa per l'attuale maggioranza. La verità è che la politica fiscale in atto ha connotati tipicamente classisti, colpisce in basso anziché in alto ed ha di fatto trasformato la progressività fiscale in una vera e propria regressività, con tanti saluti al principio costituzionale. Eppure una modifica fiscale nel senso d'un ritorno al principio della progressività contribuirebbe fortemente al rilancio della domanda e della crescita. Contribuirebbe altresì al taglio effettivo degli sprechi e all'aumento della competitività. Però non sta scritta nelle tabelle di questo governo, perciò fino a quando non ci saranno mutamenti politici sostanziali la finanza e la fiscalità classiste resteranno inalterate, con buona pace per chi sostiene che la lotta di classe non esiste più.
lunedì 16 agosto 2010
Una storia da leggere
Deliziosa e utile recensione ferragostana di Goffredo Fofi sull'Unità, con consigli di letture unitarie e risorgimentali. Utile anche per stimolare le connessioni possibili tra storia (sociologia) e letteratura.
La storia dell’Italia unita sta per toccare i 150 anni di età, e se ne preparano ambigue celebrazioni che vanno di pari passo ad accanite denigrazioni. Oggi queste non vengono, come in passato, dai nostalgici dei Borboni, bensì dai passatisti lombardo-veneti, niente affatto nostalgici di Francesco Giuseppe ma che non vogliono aver più a che fare con “Roma ladrona” e si sognano soli, ricchi e con molti schiavi. D’estate è buon uso leggere i libri che non si è riusciti a leggere nel corso dell’anno, perché troppo massicci o perché si era persi negli affanni del quotidiano. E se i più leggono i romanzoni alla moda pieni di amori esotici o crimini spaventevoli, i meno si dedicano alla nobile impresa del recupero: ai classici con cui ri-confrontarsi o confrontarsi per la prima volta, ai saggi che esigono molta attenzione, ma preferibilmente ai primi, perché il riposo è riposo. Non sfuggo questa regola, mi ci trovo benissimo.
Quale dunque il classico che ho voluto leggere per la prima volta o rileggere in quest’agosto semi-lavorativo? Da lettore veloce e vorace, uno non me ne basta, e se ho voluto goderne uno che ignoravo (La bottega dell’antiquario, di Dickens, nell’edizione della Bur che ha una bellissima prefazione di Giorgio Manganelli, scrittore e critico indimenticabile, di grande acutezza ma anche, cosa rara, di immensa simpatia umana) e di cui ho scoperto insospettate qualità di antenato indiretto o diretto dell’opera di Terry Gilliam e perfino Fellini, per il resto mi sono affidato alle suggestioni “unitarie”, e ho voluto rileggere alcuni romanzi italiani sugli anni fondamentali della nostra storia patria, prima e dopo il Risorgimento. Non I Vicerè (De Roberto) e I vecchi e i giovani (Pirandello, meno noto, ed è un vero peccato perché spiega perfettamente la caduta delle illusioni post-unitarie e il fango di cui la nostra storia patria venne rapidamente coperta da una oscena classe dirigente, oggi perfino peggiore), perché li conosco benissimo, non i racconti di Verga e quelli di De Amicis, bensì due romanzi, di diversissimo valore, che narrarono come ci si accostò all’Unità: Cento anni di Rovani (gli anni che vanno, a Milano, dal 1750 al 1850: istruttivo e vivace, ma di sostanza minore) e soprattutto le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, di commovente bellezza e di esaltante amore per un’Italia da edificare. Nievo morì in mare a trent’anni subito dopo aver partecipato all’impresa dei Mille, e resta uno dei personaggi più amabili, più eternamente giovani della nostra storia letteraria e civile. Le sue Confessioni sono un libro chiave per capire perché scritte da dentro un’esperienza e guidate da un amore, anzi un ideale (parola ahinoi fuori moda, in questi pessimi anni).
Ma venendo più vicini ai nostri anni, ho riletto tre romanzi sul Risorgimento visto dal Sud, però istruttivi per tutti, di uno dei quali, Il gattopardo (1958) di Tomasi di Lampedusa non sono mai stato entusiasta, anche perché negli anni in cui uscì io vivevo in Sicilia e ho visto da vicino le condizioni di vita dei feudatari dei principi come il Tomasi. Delle quali, certo, egli e la sua gentile signora ignoravano quasi tutto, ché ci pensavano i suoi fattori e campieri a sfruttarli. Non ho mai amato neanche il film del nobiluomo Visconti, benché ammirevole per i suoi quadri d’ambiente e le sue coreografie quanto lo era il romanzo nella sua descrizione del fatalistico abbandono alle “leggi” della storia.
Il vero romanzo del Risorgimento nel Sud è sempre stato per me Signora Ava (1942) di Francesco Jovine, un capolavoro dimenticato della nostra letteratura che narra, semplicemente, come lo vissero i contadini per molte cose vale anche per il Centro e per il Nord, perché ovunque, lungo il lungo Stivale, contadini e proletari furono tenuti lontani dalla partecipazione alla storia, ne furono soggetti e talora vittime). Poiché pochi lo hanno letto (lo pubblicò Einaudi, lo ripubblicherà Donzelli), cercate di non perderlo, fidatevi! Il terzo romanzo lo sto rileggendo in questi giorni ed è decisamente “borbonico: L’eredità della priora (1963) di Carlo Alianello, best-seller dimenticato (fu di Feltrinelli, lo ha ristampato una gloriosa casa editrice di Venosa, Osanna), ma ha molto da insegnare, nell’impeto con cui racconta la ferocia della guerra tra l’esercito piemontese e i briganti, ai nordisti di oggi... Quel che si impara è che nel Risorgimento buoni e cattivi si sono divisi equamente sul territorio nazionale, che una rivoluzione non c’è stata, e che i romanzi servono, spesso più dei saggi di storia, a capire da dove veniamo.
15 agosto 2010
martedì 11 maggio 2010
Newyorkite
C'è un modo originale per raccontare una metropoli come New York? Forse. C'è la possibilità di farlo attraverso le immagini?. Certo, visto che si tratta di una della città più fotografate e filmate del mondo. E allora?. Allora bisogna inventare e rischiare così come ha fatto in questa galleria Marco D'Amico che grazie alle nuove tecnologie ha percorso New York con un iPhone. Una laurea in sociologia e trascorsi in campo della comunicazione, Marco (classe 1977) è arrivato relativamente tardì alla fotografia. Ma questo può averlo in qualche modo favorito perchè i suoi lavori (dal mondo del jazz, ai portrait) rivelano una grande maturità artistica. A ciò va aggiunta la capacità di misurarsi ed esplorare utitlizzando, di volta in volta, tecnologie vecchie e nuove. Questo l'apprezzabile rislutato. Pe conoscere meglio i lavori di D'Amico si può anche consultare il suo sito
(Da Repubblica.it)
(Da Repubblica.it)
domenica 9 maggio 2010
domenica 2 maggio 2010
Italianità. La costruzione del carattere nazionale.

Un libro che leggerò.
INTRODUZIONE di Silvana Patriarca
«Tipicamente italiano». Nel febbraio 2003 tutti i più importanti giornali italiani dedicarono pagine e pagine alla scomparsa di Alberto Sordi, il popolare attore protagonista di decine di film dell’Italia repubblicana. Quasi tutti i commentatori furono concordi nell’affermare che nei suoi film Sordi aveva rappresentato meglio di ogni altro il carattere degli italiani. Per il quotidiano cattolico «Avvenire» era stato «lo specchio» dell’Italia. Il «Corriere della Sera» salutava in lui «l’eroe di tutti i nostri difetti», mentre per «la Repubblica» aveva incarnato l’«arte di essere italiani» personificando «una mescolanza di difetti» inequivocabilmente italici. Per «l’Unità» Sordi era stato un «piccolo grande italiano» e per il «Secolo d’Italia» era un simbolo nazionale che per cinquant’anni aveva dato «un volto ai vizi e alle virtù degli italiani». Al di là di questa concordanza generale (con la sola eccezione degli esponenti della Lega Nord, ai quali non piaceva la romanità di Sordi) vi furono senza dubbio delle differenze di enfasi, che oltre alle posizioni ideologiche rispecchiavano la base regionale di ciascun giornale, ma l’importanza di Sordi come espressione del «carattere nazionale» fu riconosciuta praticamente all’unanimità.
Il fatto che a un attore venga assegnato un ruolo del genere probabilmente non sorprende, se si considera l’importanza del cinema nella cultura contemporanea. In Italia il fenomeno è ancora più accentuato perché nel periodo successivo al 1945 il cinema assunse una funzione nazionalizzatrice in un contesto in cui, a parte l’estrema destra, il nazionalismo non aveva molta spendibilità politica. Il cinema divenne allora il veicolo privilegiato per la produzione di immagini di italianità sia nel paese che all’estero, e le commedie all’italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, di cui Sordi fu spesso il protagonista, divennero «il primo genere capace di porre con continuità al grande pubblico il problema dell’identità nazionale». Può suscitare maggiore sorpresa il fatto che il ruolo di icona nazionale sia stato assegnato a un attore che ha interpretato regolarmente personaggi negativi, e che ha costruito tutta la sua carriera impersonando differenti versioni dell’antieroe, dal giovane provinciale indolente all’opportunista capace di adattarsi con successo a differenti regimi politici, al donnaiolo che alla fine, riluttante, deve sottomettersi all’ordine del santo matrimonio, e così via. Quali ne sono le ragioni? Con questo libro cercherò di rispondere a questa domanda e dare un senso a questo apparente paradosso ricostruendo la genealogia e la storia del discorso del carattere nazionale, una retorica che è presente fin dagli albori dell’Italia contemporanea e che resiste al passare del tempo.
Ma che cos’è il carattere nazionale? Anche se a livello accademico la nozione ha perso giustamente la sua legittimità, questo concetto è ancora ben presente nella cultura popolare dove, tra l’altro, offre lo spunto per una infinità di barzellette a sfondo etnico, e nel giornalismo dove costituisce la struttura di una quantità di reportage sui paesi stranieri. Il carattere nazionale non è la stessa cosa dell’identità nazionale, anche se nel linguaggio corrente le due nozioni vengono spesso confuse. Ambedue i concetti sono piuttosto elusivi e si prestano a molteplici definizioni e utilizzazioni, ma si può dire che il carattere nazionale tende a riferirsi alle disposizioni «oggettive», consolidate (un insieme di particolari tratti morali e mentali) di una popolazione, mentre l’identità nazionale, espressione coniata più di recente, tende a indicare una dimensione più soggettiva di percezione e di auto-immagini che possono implicare un senso di missione e di proiezione nel mondo. Sarà necessario tornare a parlare dei significati spesso contesi di questi termini, ma per ora è sufficiente dire che, in pratica, ambedue i concetti funzionano più o meno come contenitori che differenti interlocutori tendono a riempire di svariati contenuti. Questi contenuti non sono scelti a caso: le discussioni sull’identità nazionale e sul carattere nazionale e la definizione dei due concetti avvengono nell’ambito di modelli discorsivi che spesso hanno una lunga storia e di cui i singoli interlocutori sono il più delle volte inconsapevoli. Il fardello di questo modello discorsivo appare particolarmente evidente nell’Italia degli ultimi vent’anni in seguito alla caduta del vecchio sistema dei partiti che aveva strutturato la vita della Repubblica all’indomani del fascismo, la problematica della nazione è tornata a dominare il discorso pubblico.
Dai primi anni Novanta del secolo scorso l’interesse degli italiani per la questione dell’identità nazionale, stimolato inizialmente dalla crescente visibilità della Lega Nord sulla scena politica e dai suoi virulenti attacchi all’unità della nazione, è stato notevole e non accenna a diminuire. I titoli in libreria in anni recenti evidenziano chiaramente le ansietà e le preoccupazioni per la fragilità dell’assetto nazionale e per i pericoli della sua disintegrazione: Se cessiamo di essere una nazione, Italia addio? Unità e disunità dal 1860 a oggi, Finis Italiae, La morte della patria, Italiani senza Italia, per citarne solo alcuni. Altri titoli sono sintomatici dell’inquietudine per la questione della modernità, o della scarsa modernità, del paese e della qualità della sua cultura civile: L’Italia è un paese civile?, Le Italie parallele. Perché l’Italia non riesce a diventare un paese moderno, L’identità civile degli italiani. E su quotidiani e riviste questi temi sono rilanciati da titoli come Italiani, popolo in maschera, tutti paurosi e trasformisti; Gli italiani? Pecore anarchiche che non formano una nazione; L’Italia è sfatta, ma ci sono gli italiani; Diventeremo mai un paese normale?; A che serve l’Italia?.
Come questi esempi e il caso di Sordi mostrano in maniera eloquente, negli ultimi anni numerosi cittadini si sono interrogati insistentemente sul significato dell’essere italiani. Anche se forse non hanno ancora la certezza di essere una «vera» nazione, molti sono tuttavia convinti di avere un carattere nazionale, e del fatto che questo carattere non fa una bella impressione. In contrasto con l’immagine spesso positiva che altri popoli hanno di se stessi (si può pensare a come si vedono gli americani – ottimisti, rivolti al futuro, preoccupati del bene comune – oppure gli inglesi – leali, riservati, rispettosi della legge), l’idea che gli italiani hanno di sé non è affatto lusinghiera: di qualsiasi gruppo sociale facciano parte, si descrivono come un popolo di cinici, di individualisti estremi incuranti del bene pubblico, di opportunisti propensi al clientelismo, falsi se non totalmente bugiardi. Secondo Eugenio Scalfari, per diversi anni direttore e attuale editorialista della «Repubblica», questi tratti sono così connaturati da costituire quasi una etnicità. Spesso i commentatori stranieri concordano con questa idea e parlano, con o senza ironia, di «stile politico all’italiana» e del rischio che possa contagiare la vita pubblica di paesi più virtuosi.
Per la verità, considerazioni di tal genere sembrano essere giustificate da diversi avvenimenti recenti. All’inizio degli anni Novanta, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’inchiesta «Mani pulite» rivelò la corruzione di un settore molto ampio della classe dirigente e un vasto numero di politici e uomini d’affari furono rinviati a giudizio. In seguito a questi fatti il paese fu testimone del collasso di tutto il sistema partitico che l’aveva governato dalla fine della seconda guerra mondiale. Subito dopo il crollo di questo sistema le speranze di un cambiamento in senso positivo vennero infrante quando il paese divenne il teatro della devastante ascesa politica del magnate dei media Silvio Berlusconi, che aveva acquisito un potere immenso nel settore della televisione commerciale grazie agli agganci con importanti personaggi politici del sistema partitico che era appena crollato. Naturalmente, già ben prima di questi recenti sviluppi l’Italia era nota come un paese in cui la corruzione politica era molto diffusa e la legge era scarsamente rispettata e non sufficientemente fatta rispettare. Tutti questi fenomeni sollevano interrogativi più che legittimi non solo sulla qualità delle istituzioni ma anche sugli atteggiamenti della popolazione. Tuttavia equiparare tali atteggiamenti a un «carattere nazionale» è cosa alquanto diversa. Ciò che richiede uno sguardo più critico, in effetti, è il fatto che molti italiani leggono queste realtà attraverso l’ottica del concetto di carattere nazionale, specialmente se si considera che l’Italia, purtroppo, non è l’unico paese che deve confrontarsi con la corruzione politica o con comportamenti che, da un punto di vista civile, lasciano molto a desiderare. In altri termini, se nessuno può negare l’esistenza di certi tratti nella società e nella cultura italiana, non è evidente che essi debbano essere definiti un «carattere nazionale» (o identità nazionale: in Italia, come si diceva, i due termini sono spesso intercambiabili). E quindi ritorniamo al nostro interrogativo iniziale: che cos’è il carattere nazionale? E perché tanti italiani sono così convinti di avere un carattere nazionale, del fatto che è pieno di difetti, e che i suoi guasti spiegano anche gran parte degli attuali problemi politico-sociali del paese? La tesi di questo libro è che una parte della risposta può essere trovata nello studio della storia del discorso del carattere nazionale, discorso che va inteso come un insieme di idee, di temi, di argomentazioni e di tropi ricorrenti, presenti nella cultura italiana da lungo tempo.
domenica 25 aprile 2010
Papà Cervi e la giacca di Parri
Ancora un simpatico e intelligente intervento di Fofi, questa volta sul 25 aprile, data che continua ad ispirare e (ahimé) a dividere gli italiani. È difficile non cadere nella retorica commemorando l'evento della Liberazione e la resistenza, ma Fofi ci riesce magistralmente, partendo da un oggetto della vita quotidiana: la giacca di Ferruccio Parri.
Ritorna, stavolta nei Tascabili Einaudi, la storia di I miei sette figli raccontata tramite altri da Alcide Cervi, il vecchio contadino emiliano che vide i figli trucidati dai repubblichini perché antifascisti, perché oppositori, perché resistenti. Queste memorie hanno una storia singolare, in qualche modo “sovietica”, ispirata da alcuni articoli del giovane giornalista comunista Italo Calvino, che aveva scritto da poco le sue memorie partigiane in un esordio letterario singolare perché a cavallo tra realtà e fiaba, Il sentiero dei nidi di ragno.
Calvino visitò più di una volta la casa dei Cervi, dove il vecchio Alcide aveva ripreso con la moglie Genoeffa, dopo il lutto, a guidare una famiglia di nuore e di nipoti bambini o adolescenti. Sulla storia dei Cervi, coronata da medaglie al valore, esaltata dal presidente De Nicola e da Piero Calamandrei, il Partito comunista pensò di costruire una narrazione esemplare che Togliatti indirizzò secondo le linee del partito di allora: recupero di una tradizione nazionale, per una forte vicenda che esaltasse la Resistenza come base su cui costruire la nuova Italia. Anche (o perché) la storia dei Cervi era di fondo cattolico e socialista, e contadina invece che operaia.
Luciano Casali racconta molto bene nella prefazione al libro come esso sia nato, commissionato a Renato Nicolai, giornalista di Botteghe Oscure, dal partito (e di fatto supervisionato dallo stesso Togliatti). Il libro di “papà Cervi” vendette in pochi anni quasi un milione di copie, anche perché il partito ne approntò un’edizione economica a cinquanta lire, quella che conservo gelosamente da una vita. Nel 1971 un ignoto censore “ripulì” malamente il testo dai rimandi a Stalin e all’ideologia della guerra fredda, ma quella che Casali propone è l’edizione originale, che seguiva le logiche di quei tempi, è quella che un mucchio di italiani hanno letto e sulla quale si sono commossi, ricavandone tutto sommato una lezione di vita - quella della famiglia Cervi travolta dalla storia e punita per i suoi ideali - pulita e sempre valida.
In questi ultimi anni, sulla scia del grande saggio di Claudio Pavone sulla Resistenza come guerra civile, tanti saggi e studi importanti hanno analizzato gli anni di guerra secondo canoni non partitici ma appunto storici, ristabilendo verità, rifuggendo le mitificazioni e le mistificazioni venute anzitutto da parte comunista. E sappiamo quanto di questo ci sia ancora bisogno, perché l’aura della “guerra civile” ha sempre continuato a pesare su questo paese e, anche se oggi dormiente, potrebbe tornare a pesare.
Avendo un’età, è capitato anche a me di incrociare il vecchio Cervi. Cerco di raccontarne l'occasione più forte nel modo più limpido possibile. Avevo diciannove anni compiuti o da compiere. Era il 1956 (o il 1955? non so dirlo con precisione), e nell’enorme cinema Adriano di Roma si celebravano i dieci anni di qualche grande evento del dopoguerra. Fuori c’era un mucchio di polizia, perché la Resistenza non era affatto di moda e Scelba abbondava in celerini. Di coloro che stavano sul palco ricordo perfettamente Calamandrei, Parri e, seduto vicino a lui, il vecchio Cervi, le sette medaglie al petto.
A un certo punto da una delle prime file si alzò un giovane - un fascista - e lanciò contro Parri un involto o un barattolo di vernice, prendendolo in pieno. Nel clamore generale, restai con gli occhi incollati a Parri, e vidi Alcide Cervi estrarre da una tasca dei pantaloni un fazzolettone di quelli dei contadini di una volta e pulire metodicamente, affettuosamente Parri della vernice che gli aveva imbrattato la giacca e la chioma. Quel gesto fraterno o paterno di un vecchio nei confronti di un altro, mi commosse alle lacrime e mai l’ho dimenticato. (Non so se esistono foto di questa scena, che avrebbe meritato di diventare famosa, ma in sala di fotografi ce n’erano certamente e sarebbe bello che qualcuno le ritrovasse.)
Questa storia ebbe per me un breve seguito, che non sto a raccontare perché ne fu questo il fulcro e l’ammaestramento. Quel che voglio dire, infatti, è che nonostante tutte le complicate, contorte, tragiche vicende degli anni della Resistenza e di quelli immediatamente successivi, le mille storie di dimenticanza o di vendetta, e nonostante le divisioni interne e le manipolazioni storiografiche (il libro più bello e più chiaro su quegli anni è per me Un’amicizia partigiana di Giorgio Agosti e Dante Livio Bianco, Bollati & Boringhieri, e sul piano letterario Il partigiano Johnny di Fenoglio, Einaudi: tre non comunisti) la Resistenza è il momento più degno e glorioso della nostra storia del Novecento, e con quella storia bisognerà sempre fare i conti, e sempre da essa ripartire.
25 aprile 2010 (da l'Unità)
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